Pagine

sabato 5 maggio 2012

+ Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 10,31-42)


+ Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 10,31-42)
Cercavano di catturarlo, ma egli sfuggì dalle loro mani.

In quel tempo, i Giudei raccolsero delle pietre per lapidare Gesù. Gesù disse loro: «Vi ho fatto vedere molte opere buone da parte del Padre: per quale di esse volete lapidarmi?». Gli risposero i Giudei: «Non ti lapidiamo per un'opera buona, ma per una bestemmia: perché tu, che sei uomo, ti fai Dio».
Disse loro Gesù: «Non è forse scritto nella vostra Legge: "Io ho detto: voi siete dèi"? Ora, se essa ha chiamato dèi coloro ai quali fu rivolta la parola di Dio - e la Scrittura non può essere annullata -, a colui che il Padre ha consacrato e mandato nel mondo voi dite: "Tu bestemmi", perché ho detto: "Sono Figlio di Dio"? Se non compio le opere del Padre mio, non credetemi; ma se le compio, anche se non credete a me, credete alle opere, perché sappiate e conosciate che il Padre è in me, e io nel Padre». Allora cercarono nuovamente di catturarlo, ma egli sfuggì dalle loro mani.
Ritornò quindi nuovamente al di là del Giordano, nel luogo dove prima Giovanni battezzava, e qui rimase. Molti andarono da lui e dicevano: «Giovanni non ha compiuto nessun segno, ma tutto quello che Giovanni ha detto di costui era vero». E in quel luogo molti credettero in lui.


Per quali di queste opere buone volete lapidarmi? Gesù ormai sa che c’è una totale incomunicabilità con i giudei. Col termine ‘giudeo’, in questi contesti evangelici, non si intende il popolo giudaico in quanto tale, ma unicamente i suoi rappresentanti che sono in primis il sommo sacerdote, poi gli scribi e i farisei. E’ questa categoria di persone che non riesce, non vuole riconoscere la realtà di Gesù. Allora Gesù li porta a riflettere su un terreno molto più semplice: a guardare alle opere che lui compie. Anche in Isaia è detto che il messia compie le opere di Dio. Gesù è anche vero Messia del Signore. Lo attestano le opere che lui compie.

Ma il loro ragionamento è: “Noi non ti condanniamo per le opere, ma perché ti dichiari Figlio di Dio” - ‘Tu che sei un uomo ti fai ‘Figlio di Dio?’

E’ necessario invertire le cose: Gesù è la Parola di Dio che si è fatta carne! Questo è il salto di qualità che non riescono assolutamente a fare. Gesù cita un salmo (Sl 82, 6) : “Non è scritto nella vostra Legge che…: voi siete dèi?” Gesù prende le distanze dalla legge antica perché in lui ora la legge si compie. Egli ricorda ai giudei che la legge si riferisce solo agli uomini, anche se uomini in autorità e prestigio, - come dei -. I giudici terreni devono devono agire con imparzialità e giustizia vera, dato che anche i giudici un giorno dovranno stare davanti al Giudice.

Il punto di Gesù è questo: “Voi mi accusate di bestemmia perché mi sono definito ‘Figlio di Dio’; le vostre stesse Scritture applicano lo stesso termine ai magistrati in generale. Se coloro che sono in una posizione divinamente affidatagli può essere considerato ‘dio’, quanto più può l’Unico che Dio ha scelto e mandato!!

“Voi siete dei; voi tutti figli dell’Altissimo.” (Sl 82, 6-7)

Riconoscere la divinità di Gesù comportava tutto lo ‘scardinamento’ del senso del tempio di Gerusalemme che era poggiato su una visione di un Dio giudice, che castiga, che punisce; c’era sempre di mira la salvaguardia del potere della casta preposta. La loro ottusità era dovuta all’ancoraggio all’interesse personale, al piccolo spazio costruito all’interno. Chi invece costruisce comunione è simile nell’agire all’agire di Gesù.

E Gesù è venuto a spaccare le mura, a costruire comunione. Il tempio era una costruzione grandissima con varie aree, zone diverse, con vari accessi: l’accesso al cortile dei gentili, a quello delle donne, a quello degli uomini, a quello riservato ai sacerdoti e poi a quello del sommo sacerdote. Tempio fatto unicamente di mura divisorie. La Pasqua allora non è soltanto quella che si riferisce al passaggio dalla pasqua ebraica a quella cristiana, al passaggio dalla morte alla resurrezione, è certamente questo, ma la Pasqua autentica è l’abbattimento di ogni divisione. E’ la costruzione di ponti di comunicazione perché, e questo è il nucleo del discorso, perché si vede il nuovo agire, quello di Dio, le opere sue sono di misericordia e perdono.

Chiedo al Signore che mi dia questa sapienza di essere donna che irradia il Volto del Signore, il volto del Padre tenero, accogliente, che tende la sua mano perché io possa raggiungere la pienezza. Che tutti noi possiamo essere portati, come un bimbo in braccio al padre e alla madre, a questa gloriosa Presenza che vuole affidarci il pegno non solo della vita eterna, ma della stessa Vita che è Dio!


Cari saluti - sr. Ivana

+ Dal Vangelo secondo Giovanni (7,1-2.10.25-30)


+ Dal Vangelo secondo Giovanni (7,1-2.10.25-30)


In quel tempo, Gesù se ne andava per la Galilea; infatti non voleva più percorrere la Giudea, perché i Giudei cercavano di ucciderlo.
Si avvicinava intanto
la festa dei Giudei, quella delle Capanne. Quando i suoi fratelli salirono per la festa, vi salì anche lui: non apertamente, ma quasi di nascosto.
Alcuni abitanti di Gerusalemme dicevano: «Non è costui quello che
cercano di uccidere? Ecco, egli parla liberamente, eppure non gli dicono nulla. I capi hanno forse riconosciuto davvero che egli è il Cristo? Ma costui sappiamo di dov’è; il Cristo invece, quando verrà, nessuno saprà di dove sia».
Gesù allora, mentre insegnava nel tempio, esclamò: «Certo, voi mi conoscete e sapete di dove sono. Eppure non sono venuto da me stesso, ma
chi mi ha mandato è veritiero, e voi non lo conoscete. Io lo conosco, perché vengo da lui ed egli mi ha mandato».
Cercavano allora di arrestarlo, ma nessuno riuscì a mettere le mani su di lui, perché
non era ancora giunta la sua ora.


E’ un brano composito e un po’ difficile dato che vi si presentano vari temi. Innanzitutto il rapporto di Gesù con la festa ebraica, la più importante, la Festa delle Capanne. Era prima legata al raccolto delle messi, prima dell’esilio, e poi divenuta festa del passaggio dall’Egitto ad Israele, quando la gente doveva mettersi sotto le capanne. Dunque è la festa che ancora oggi per gli ebrei è significativa. Gesù non vuole andare a questa festa. I discepoli lo volevano invece perché era un’occasione di manifestare la sua regalità ‘politica e giuridica’ come loro ancora la intendevano. Ma Gesù non è ‘il figlio di Davide’, non appartiene alla genealogia umana, e non ci vuole andare: egli è Figlio di Dio, esula da quel popolo.

E quindi quando i suoi fratelli , e qui si intende il clan di Gesù, salirono per la festa, vi salì anche lui: non apertamente, ma quasi di nascosto. Se ne deduce la resistenza molto profonda che Gesù ha. Sappiamo che al tempo di Gesù il linguaggio era molto povero, quindi per indicare un’appartenenza di clan tribale, si usa il termine ‘fratelli’.

Chi mi ha mandato è veritiero- E’ come se Gesù dicesse: “Voi dite di sapere di dove sono, ma non lo afferrate ancora.” E’ l’elemento principale che Giovanni vuol far comprendere.

Voi mi conoscete, ma non conoscete da dove vengo realmente e non conoscete colui che mi ha mandato. «Voi non lo conoscete. Io lo conosco, perché vengo da lui ed egli mi ha mandato». E’ il capo di accusa più grosso che Gesù fa ai capi. Voi vi fermate alla conoscenza terrena, ma non siete aperti alla conoscenza reale di Dio. Voi credete di conoscere quando la vostra intelligenza è soddisfatta, ma non capite che occorre andare oltre, cercando non un discorso sul ‘vero’, ma la verità. E la verità viene sempre dall’alto, dal di fuori; la conoscenza viene dal cuore quando ci sentiamo in rapporto con l’altro. E’ il cuore che conosce. Uno sguardo rivolto al cielo costituisce la migliore indagine per comprendere la fonte della nostra salvezza.

Cercavano allora di arrestarlo…ma non era ancora giunta la sua ora.

E’ il tema dell’ “ora”, l’ora della croce come momento rivelativo fondamentale di chi è Gesù. Lo troviamo nel Vangelo di domani.

Invece nel tratto successivo, quello di oggi, troviamo il dibattito sulla messianicità di Gesù.


+ Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 7,40 – 53)

In quel tempo, all’udire le parole di Gesù, alcuni fra la gente dicevano: «Costui è davvero il profeta!». Altri dicevano: «Costui è il Cristo!». Altri invece dicevano: «Il Cristo viene forse dalla Galilea? Non dice la Scrittura: “Dalla stirpe di Davide e da Betlemme, il villaggio di Davide, verrà il Cristo”?». E tra la gente nacque un dissenso riguardo a lui.
Alcuni di loro volevano arrestarlo, ma nessuno mise le mani su di lui. Le guardie tornarono quindi dai capi dei sacerdoti e dai farisei e questi dissero loro: «Perché non lo avete condotto qui?». Risposero le guardie: «Mai un uomo ha parlato così!». Ma i farisei replicarono loro: «Vi siete lasciati ingannare anche voi? Ha forse creduto in lui qualcuno dei capi o dei farisei? Ma questa gente, che non conosce la Legge, è maledetta!».
Allora Nicodèmo, che era andato precedentemente da Gesù, ed era uno di loro, disse: «La nostra Legge giudica forse un uomo prima di averlo ascoltato e di sapere ciò che fa?». Gli risposero: «Sei forse anche tu della Galilea? Studia, e vedrai che dalla Galilea non sorge profeta!». E ciascuno tornò a casa sua.

Parola del Signore


E’ il dibattito sulla messianicità di Gesù in cui si mettono in luce aspetti già visti nei brani precedenti:

- la presunzione di coloro che “sanno”;

- il leggere ‘alla lettera’ i testi precedenti alle interpretazioni date dalla Scrittura stessa;

- la ristrettezza interpretativa che viene a danneggiare la conoscenza stessa della legge.

In poche parole comunque i dottori della Legge non riescono a cogliere l’essenza di Gesù. In realtà il verdetto è già stato pronunciato: Gesù non fa parte dei loro, non ha studiato nelle loro scuole, non si conforma alle loro interpretazioni e quindi è un eretico. Contro tutto e contro tutti, Nicodemo riporta una legge fondamentale: il dare a tutti la possibilità di parlare per difendersi dalle accuse. Ma il disprezzo per gli umili della terra impedisce ai loro occhi di vedere. Studia, e vedrai che dalla Galilea non sorge profeta!


Anche per noi vale questo: quante volte ci capita di confondere Dio con le nostre interpretazioni? Quante volte mettiamo le nostre opinioni al posto delle cose essenziali che riguardano lo spirito? Ma “Gesù parla come nessun altro!” Basta che lo sappiamo ascoltare. Arriveremo ad una conoscenza ‘sperimentale’ che racconta il nostro rapporto con Dio.

Il tempo quaresimale, che ormai volge verso la Settimana Santa, ci può portare non a ‘fare delle cose per Dio’, ma a scoprire, nei meandri della Parola di Dio e nel servizio verso i fratelli, chi è veramente il Signore.

+ Dal Vangelo secondo Luca (Lc 15,1-3.11-32)

+ Dal Vangelo secondo Luca (Lc 15,1-3.11-32)
Questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita.


In quel tempo, si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». Ed egli disse loro questa parabola:
«Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre.
Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa.
Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».

Parola del Signore


Quello della parabola è un padre che ci mostra la paternità e maternità di Dio, la commozione viscerale che bene esprime il verbo misereor ("aver pietà") e cor ("cuore"): "un cuore che sa essere compassionevole" e che ci descrive anche Rembrandt in questa sua ‘immagine’ dalle mani, una materna ed una paterna.

Nella Sacra Scrittura il termine "misericordia" traduce la parola ebraica rahamìm plurale di rehemche significa "utero", più genericamente i "visceri". Ecco, perché nella lingua ebraica il termine "misericordia" è sinonimo di tenerezza, di amore materno, viscerale, un affetto profondo del cuore. Avere misericordia significa perciò amare l'altro con un amore compassionevole, pronto al perdono, pronto a chinarsi su chi ha bisogno, avere il cuore rivolto al misero.

In ebraico misericordia è hesed (èleos, in greco) e ha le sue radici nell'alleanza tra due parti e nella conseguente solidarietà di una parte verso quella in difficoltà.

Ha sempre per fondamento la fedeltà ad un impegno. Vuole tradurre una bontà cosciente e voluta, come risposta ad un dovere interiore, come fedeltà a se stesso. La misericordia, quindi, si trova fra la compassione e la fedeltà. (Is 49,15).

Ecco, perché nella lingua ebraica il termine "misericordia" è sinonimo di tenerezza, di amore materno, viscerale, un affetto ... La parola greca λεος (eleos) indica il sentimento di intima commozione.


Questo significato, così spiegato, è interessante perché, dice il testo, “gli corse incontro”.

Per il semita non era un atteggiamento idoneo, era una caduta di stile. Ma qui abbiamo l’icona di un padre che si abbassa pur di far capire al figlio quanto bene gli voleva. Infatti compie una serie di gesti importanti: il porsi in questo atteggiamento di ‘corsa’ e il donargli il bacio dell’accoglienza e della riconciliazione, successivamente il dargli l’abito più bello… Vuol dire che gli ridà la sua dignità, gli restituisce quanto lui aveva preteso, in quanto come figlio minore non aveva diritto ad alcuna eredità né da un punto di vista legale né da un punto di vista religioso.

E poi gli rende l’anello al dito che portava inciso il sigillo del casato come riaccoglienza nella casa che egli aveva profondamente rifiutato. Ma il gesto più profondo è forse il rimettergli i sandali ai piedi. Soltanto lo schiavo andava scalzo. Non solo gli ridona dunque dignità e autorità dentro il casato, ma gli ridona la libertà perduta, lo reintegra nella sua pienezza.

Comprendiamo in questo contesto che il peccato non è una offesa al padre. Il peccato è un limite che noi poniamo a noi stessi, verso noi stessi e nel rapporto con gli altri.


Chiedo a Dio di cogliere questi segnali importanti della sua bontà verso di me nel percorso che giorno per giorno conduco. Sono gesti che Gesù vuol vedere ripetuti dal suo discepolo se vuol assomigliare al Maestro: ridare dignità alle persone, la libertà dovuta.

Il tema del perdono è legato alla libertà ridonata al fratello, al reinserirlo nel circuito dell’accoglienza, della logica dell’incontro. E’ questa la Pasqua che già ci si presenta: buttare via il peccato che è sempre un sasso che poniamo dentro le nostre tasche e che appesantisce il nostro cammino.


Cari saluti. Sr. Ivana

+ Dal Vangelo secondo Luca (Lc 6,36-38)

+ Dal Vangelo secondo Luca (Lc 6,36-38) «Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso».
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso.
Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e sarete perdonati.
Date e vi sarà dato: una misura buona, pigiata, colma e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con la quale misurate, sarà misurato a voi in cambio».

Parola del Signore


Era scritto:“Voi sarete santi perché Io, il Signore Dio vostro, sono santo”. Ma era un Dio talmente inaccessibile, talmente ‘lontano’ che era impossibile arrivare a quella imitazione di santità. L’uomo era ‘santo’ perché era simile al Padre, ma come? Nell’osservanza delle leggi. Luca capovolge la mentalità ebraica, e semitica in particolare, capovolge la logica del perseguimento della santità. Non più ‘santo’ inteso come ‘separato’, che talvolta può diventare un essere concentrato sul proprio diventare, ma: «Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso». La santità qui è lo sforzarsi di incarnare un atteggiamento di cuore perché ‘misericors’ chiama in campo il cuore. (Misericordia è sentimento generato dalla compassione per la miseria altrui (morale o spirituale). Deriva dal latino misericors (genitivo misericordis) e da misereor (ho pietà) e cor -cordis (cuore); cfr. miserère: abbi misericordia. È una virtù morale tenuta in grande considerazione dall'etica cristiana e si concreta in opere di pietà o, appunto, di misericordia) – dall’Enciclopedia –

L’uomo è chiamato a donare il suo cuore. Questa è la misericordia: sentimenti, affetti, ma anche intelligenza; tutto insieme è il cuore, la misericordia infatti si aggiunge alla misericordia, e il perdono si unisce all'oblio perciò la misericordia è quell' ‘eccedenza d'amore’ per cui il Signore, di fronte alla folla affamata e stanca, mette alla prova il cuore dei discepoli e li coinvolge in un miracolo di moltiplicazione di vita, e vita in abbondanza perché ne raccolsero sette ceste piene. ”Tutti ne mangiarono e furono saziati; e dei pezzi avanzati si raccolsero sette panieri”

In questa quaresima è il cuore che va coniugato con la preghiera, quando per preghiera intendiamo accoglienza del Cuore di Gesù, ricco di misericordia, che ci dice continuamente: “L’avete fatto a me!” “Amatevi l'un l'altro come io ho amato voi” Allora la nostra santità sarà un atteggiamento molto più comprensibile, molto più leggibile, molto più verificabile perché è il donare il nostro cuore ai fratelli.

Anche l'antifona di Comunione ribadisce:

“Siate misericordiosi,
come è misericordioso il Padre vostro”,
dice il Signore. (Lc 6,36)

Gesù ci avverte poi che vi è una esatta proporzione tra la misericordia che esercitiamo nei confronti dei nostri fratelli e quella che riceveremo dal Padre. Dio ci ama al punto di mettere nelle nostre mani la “misura” stessa di cui egli si serve per elargire il suo amore. Ma egli vuole che noi ce ne serviamo come lui, per dare senza misura.
Ci indica anche come esercitare la misericordia: non giudicare. Anche se siamo responsabili di qualcuno, non dobbiamo mai giudicare le sue intenzioni perchè non sappiamo quali siano i suoi sentimenti profondi, e il segreto del suo cuore non appartiene che a Dio.
Condannare è ancor peggio: è dare un giudizio definitivo. Evitiamo la più piccola condanna, nelle nostre parole e nei nostri gesti. Al contrario, sforziamoci sempre di assolvere, di scusare, di rimettere a ciascuno il suo debito; cerchiamo di perdonare sempre e riceveremo anche il perdono del Padre. È così che verrà il regno di Dio “come in cielo così in terra”.
-





Cari saluti- Sr. Ivana

+ Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 5,20-26)


+ Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 5,20-26)
Va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello.

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli.
Avete inteso che fu detto agli antichi: “Non ucciderai”; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello: “Stupido”, dovrà essere sottoposto al sinèdrio; e chi gli dice: “Pazzo”, sarà destinato al fuoco della Geènna.
Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono.
Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario mentre sei in cammino con lui, perché l’avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia, e tu venga gettato in prigione. In verità io ti dico: non uscirai di là finché non avrai pagato fino all’ultimo spicciolo!».

Parola del Signore

Dopo questo testo, cominceranno le controversie di Gesù con gli scribi e farisei, personaggi sempre presenti nei quattro evangelisti: gli scribi, persone che dedicavano tutta la vita a studiare la Sacra Scrittura. A quarant’anni, con un rito simile al nostro dell’imposizione delle mani, ricevevano ‘lo spirito di Mosè’ e quindi dal quel momento erano ‘la legge d’Israele’, la legge del sinedrio, la loro autorità era superiore a quella del sommo sacerdote e a quella del re. Quindi avevano una potenza veramente enorme. Governavano la vita politica, religiosa ed economica d’Israele; quanto dicevano era ‘legge’ di fatto. Gesù prende in mano questa loro attitudine e dice: «Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei…» il regno dei cieli vi viene precluso. La legge che gli scribi ostentavano sempre era l’osservanza ‘maniacale’ della legge di Mosè, una legge molto minuziosa che governava la vita in casa, la vita sociale, quella economica… quali vesti mettere quali non mettere, quali animali mangiare quali no, quali pesci prendere… obbedienza a norme esterne con la convinzione di rendere gloria a Dio. Questo è l’errore micidiale che c’era al tempo di Gesù, al tempo di Mosè, e c’è ancora ai tempi nostri. Che l’osservanza esteriore sia sufficiente e spalanchi le porte del cielo è una menzogna molto forte. L’osservanza della legge non può mai essere fine a se stessa: è sempre a sevizio di una libertà. Ecco perché Gesù diventa molto esigente e conclude questa pericope sintetizzando in modo totale, complessivo, tutta la legge, quindi il Pentateuco e i Profeti maggiori e minori che noi conosciamo, dando ‘anima’ a questa legge. Matteo elenca alcuni elementi a lui molto cari: non basta non uccidere: il sinedrio condannava alla morte perchè c’era le legge ‘occhio per occhio, dente per dente’- non basta non uccidere, ma bisogna anche non adirarsi ecc…bisogna mettere il bene del fratello al di sopradi tutto perché il bene dell’uomo va sempre messo al sopra ogni azione. Deve esserci una legge che promuove l’uomo ed aiuta l’uomo ad arrivare alla libertà interiore. Perciò Matteo ci dice: “Tu non vai all’altare perché sei a posto con la legge, non serve questo, perché la gloria di Dio è l’uomo vivente. Gesù ci lascia un solo comandamento: “Amatevi come io vi ho amato”. Se andare all’altare significa comunione totale con Dio, come vi possiamo andare se non siamo in comunione col fratello? Sarebbe scissione ed ipocrisia che inquina il fatto religioso, il condividere il Pane della vita. Quando si schiaccia la dignità di una persona, si è distrutto una creatura di Dio e non si può andare all’altare. Attingiamo al Pane della vita per avere vita in noi e per darla ai fratelli, per essere pane per il fratello, per essere vita per il fratello: “L’avete fatto a me”.


+ Dal Vangelo secondo Matteo(Mt 6,7-15)

+ Dal Vangelo secondo Matteo(Mt 6,7-15)
Voi dunque pregate così.
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Pregando, non sprecate parole come i pagani: essi credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno prima ancora che gliele chiediate.
Voi dunque pregate così:
Padre nostro che sei nei cieli…..
e non abbandonarci alla tentazione,
ma liberaci dal male. Se voi infatti perdonerete agli altri le loro colpe, il Padre vostro che è nei cieli perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli altri, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe».

Parola del Signore

Era prassi che ogni rabbino insegnasse ai suoi discepoli delle preghiere mnemoniche e così i discepoli di Gesù chiedono al Maestro di insegnare loro a pregare. Gesù è descritto nel Vangelo piuttosto occupato con la gente, nell’evangelizzazione, nella cura; rare volte, importantissime, nella preghiera. Premesso che nella mentalità semitico-ebraica non esisteva il termine “genitori”, ma solo quelli di padre e madre, (il papà è colui che genera, la madre è colei che partorisce) il figlio è quello che appartiene, che ‘assomiglia’ al padre – “Tuo padre e io ti cercavamo”, Gesù vuol dire, insegnare che i suoi discepoli sono quelli che ‘assomigliano’ al Padre assumendone i tratti, assumendone gli atteggiamenti, assumendone i comportamenti, che sono di accoglienza e di misericordia con le persone. Quindi insegna il “ Padre nostro” che è tutto costruito attorno a questo substrato culturale e valoriale.

Non sprecate parole come i pagani: essi credono di venire ascoltati a forza di parole”. Gesù non vuole che noi blateriamo per niente. Ma chiede di rivolgerci al Padre perché venga santificato il suo nome. Il nome era realtà fondamentale per l’ebreo, perché rappresenta l’identità, la sostanza della persona; era fondamentale per il rapporto, per l’intimità con la persona.

Gesù, inoltre, insegna a chiedere la liberazione dal bebito interiore che significa ridare la vita all’uomo. ‘Rimettere i debiti’ è espressione tecnica che significa liberare una persona che è schiacciata da qualcosa: debito morale, economico, di riconoscenza… E’ un ridare vita. Se la preghiera non dà vita, è un blaterare.

E non abbandonarci alla tentazione” – La vera tentazione del discepolo è l’apostasia cioè abbandonare la proposta evangelica: ‘non son capace, non fa per me, è troppo difficile…’ Che cosa? Quello che continuamente Gesù insegna: la logica del servizio, della bontà verso gli altri. Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato,
nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi”.
Matteo 25,31-46

Siamo chiamati a santità, ci diceva la liturgia ieri; la santità che Gesù chiede a tutti ha i volti della misericordia, quella corporale e quella spirituale.

In questa quaresima, tempo in cui lo Spirito ci ‘sospinge’ per l’incontro più personale con Dio, cerchiamo che la preghiera sia vita per noi e sia vita per gli altri. E la vita per gli altri è espressa nel modo massimo quando noi perdoniamo agli altri e anche noi siamo perdonati. Il perdono è il simbolo dell’accoglienza, dell’amore di Dio, dell’alleanza che Gesù ha stipulato nella croce, è il simbolo più importante dell’essere cristiani.


+ Dal Vangelo secondo Marco (Mc 9,30-37)

Gli appunti sul Vangelo di oggi.


+ Dal Vangelo secondo Marco (Mc 9,30-37)
Il Figlio dell’uomo viene consegnato. Se uno vuole essere il primo, sia il servitore di tutti.
In quel tempo, Gesù e i suoi discepoli attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse. Insegnava infatti ai suoi discepoli e diceva loro: «Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà». Essi però non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo.
Giunsero a Cafàrnao. Quando fu in casa, chiese loro: «Di che cosa stavate discutendo per la strada?». Ed essi tacevano. Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse più grande. Sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: «Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti».
E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: «Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato».

Parola del Signore

Siamo alla seconda delle tre predizioni della sua passione-resurrezione che scandiscono l’ascesa di Gesù a Gerusalemme. Il suo passaggio e il suo ministero devono restare ‘nascosti’. Sì intravede in questa esigenza sia la pericolosità della situazione di Gesù a causa dei suoi scontri con gli uomini di legge e di potere, sia il fatto che Egli sempre ha evitato i facili ed equivoci entusiasmi di coloro che erano ancorati al vecchio ‘messianismo’.
Insegnava infatti ai suoi discepoli e diceva loro: «Il Figlio dell’uomo viene consegnato.
Tutta la passione di Gesù si svolge all’insegna del verbo consegnare. E’ Dio stesso che ‘consegna’. Non si tratta di un ‘padre’ crudele: nella consegna del Figlio, è Dio stesso che si consegna all’uomo. Egli non morrà, ma verrà ucciso, diventando così testimone fedele della sua missione come risposta al disegno di Dio, disegno di alleanza eterna, fino a superare ogni vuoto di amore.
Se Dio, in Gesù, ha partecipato alla nostra morte, l’uomo in Gesù partecipa alla sorte di Dio.
Giunsero a Cafàrnao. - località situata in Galilea; là Gesù aveva iniziato il suo ministero -
Ma i discepoli ancora non capiscono le realtà nuove proposte da Gesù. Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse più grande - Capire ed accettare è il più grande dono di Dio, è il dono della fede. Essi lo riceveranno dopo la Pasqua, quando lo Spirito del Risorto aprirà i loro occhi e dischiuderà il loro cuore.
Sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: «Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti». ’Seduto’ – indica la posizione di maestro – ma sembra che Gesù metta in mezzo un bambino, anzi no, un insegnamento: il primato sia nel servire, nel servire la vita: Se uno vuole essere il primo….Il primo, nella logica di Gesù, è quello più vicino ai suoi atteggiamenti, al suo stile, al suo modo di fare, al suo cuore.
E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro(essere in mezzo era il posto riservato esclusivamente al maestro) e, abbracciandolo, disse loro: «Chi accoglie uno solo di questi…
Probabilmente non si trattava di un bambino, ma di un garzone, del ragazzo di bottega, un tuttofare, uno umile, capace di servire, esempio a noi ad essere come i ‘piccoli’, ad accogliere i fratelli più umili e deboli nella comunità, ad essere capaci di accogliere ‘nel mio nome’. Marco vuol mettere in evidenza la piena identificazione dei ‘piccoli’ con la sua persona.
“Accoglie me”: nella mentalità giudaica, accogliere l’inviato è, appunto, accogliere colui che lo ha mandato. E’ forse questa la chiave che Marco vuol darci e dare alla sua comunità. E’ un capovolgimento della scala dei valori: di sopra ci devono essergli altri, non io, perché ho fatto esperienza che Gesù si identifica con quanti sono ‘poveri’, nel bisogno.
Ci conceda il Signore questa santa saggezza e sensibilità. Buon inizio di quaresima.
Cari saluti. Sr. Ivana

+ Dal Vangelo secondo Marco (Mc 8,27-33)

+ Dal Vangelo secondo Marco (Mc 8,27-33)
Tu sei il Cristo… Il Figlio dell’uomo deve molto soffrire.


In quel tempo, Gesù partì con i suoi discepoli verso i villaggi intorno a Cesarèa di Filippo, e per la strada interrogava i suoi discepoli dicendo: «La gente, chi dice che io sia?». Ed essi gli risposero: «Giovanni il Battista; altri dicono Elìa e altri uno dei profeti».
Ed egli domandava loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Pietro gli rispose: «
Tu sei il Cristo». E ordinò loro severamente di non parlare di lui ad alcuno.
E cominciò a insegnare loro che il Figlio dell’uomo doveva soffrire molto ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e, dopo tre giorni, risorgere.
Faceva questo discorso apertamente. Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo. Ma egli, voltatosi e guardando i suoi discepoli, rimproverò Pietro e disse: «Va’ dietro a me, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini».
Parola del Signore


Tira un’aria non tanto bella nella predicazione. Gesù si prende i suoi discepoli e se li porta a nord d’Israele, molto lontano da Gerusalemme, nella terra di Cesarea di Filippo, uno dei figli di Erode. E per la strada interrogava i suoi discepoli”

Viene proprio in mente la strada del seminatore e i vari tipi di terreno. Gesù chiede: “La gente cosa dice, cosa ha capito?" I discepoli rispondono esponendo le diverse opinioni: "Giovanni Battista", "Elia o uno dei profeti". Dopo aver ascoltato le opinioni degli altri, Gesù però chiede: "E voi, chi dite che io sia?" Pietro risponde: (da notare che quando Marco usa il nome ‘Pietro’ e non ‘Simone’ siamo in attesa di una risposta ancora a livello umano) Pietro risponde: «Tu sei il Cristo».

Ci sembra una bella risposta e lo è in effetti perché Pietro ha identificato il Cristo nella persona di Gesù . Ma il Signore, il Cristo, il Messia” era colui che la gente stava aspettando! Aspettava un Messia forte e potente che avrebbe sistemato le cose. Questo il testo ce lo dice proprio attraverso l’articolo il. Infatti Pietro non dice: “Tu sei Cristo!”, ma il Cristo atteso.

E’ per questo che Gesù proibisce a Pietro di parlare di ciò con la gente perché tutti aspettavano la venuta del messia, ma ognuno a modo suo: alcuni aspettavano il re, altri il sacerdote, dottore, guerriero, giudice, profeta! Invece Gesù sta annunciando un rapporto nuovo col Signore. Il Messia è il servo sofferente, annunciato da Isaia. E cominciò a insegnare loro che il Figlio dell’uomo doveva soffrire molto.

Sta rivelando lo scopo della sua vita. E’ il primo annuncio della passione. Dice che lui è il Messia - Servo ed afferma che, come tale MessiaServo, annunciato da Isaia, presto sarà condannato a morte nello svolgimento della sua missione di giustizia (Is 49,4-9; 53,1-12).

Pietro si spaventa, chiama a parte Gesù per sconsigliarlo. E Gesù ‘rimproverò PietroE lo apostrofa: «Va’ dietro a me, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini».Pietro non capisce Gesù. Era come il cieco. Scambiava la gente per alberi! La risposta di Gesù è durissima: "Vai dietro, satana!" Satana è una parola ebraica che significa ‘accusatore’, colui che allontana gli altri dal cammino di Dio. Gesù non permette che qualcuno lo allontani dalla sua missione. La locuzione latinaVade retro Satana’, tradotta letteralmente, significa "Arretra Satana!", oppure "Vai indietro, torna indietro Satana!" Pietro non deve cambiare le carte e pretendere che Gesù segua i suoi schemi mentali.

E cominciò a insegnare loro che il Figlio dell’uomo doveva soffrire molto. ‘Il Figlio dell’uomo è un’espressione mutuata da Daniele e indica la persona che raggiunge la sua pienezza umano-divina, che vive la sua umanità ma che è capace di entrare nella sfera di Dio. Ecco perché il 'Figlio dell’uomo’ è riservato unicamente a Gesù in modo profondo, ma è donata ad ogni uomo quando si inserisce nella logica di Dio, che è la logica del servizio, di dare la vita per gli altri - Messia - Servo - quando si pone al seguito di Gesù, ricalcandone i passi nelle vie dello Spirito. E Gesù sta qui muovendo i sui passi verso Gerusalemme, verso la morte e resurrezione. Solo Gesù ha visto il Padre, solo Lui ci può portare nella sfera del divino.

Ci aiuti il Signore a lasciar perdere le nostre presunzioni, a metterci nel giusto posto per seguire i suoi insegnamenti. Gli chiedo di riconoscerGli sempre, in concreto, la sua realtà di guida della mia vita, di dirigere i miei passi verso di Lui attraverso uno stile di vita coerente ed essenziale.


Cari saluti. Sr. Ivana

domenica 12 febbraio 2012

Fa udire i sordi e fa parlare i muti -Mc 7, 31-37


Fa udire i sordi e fa parlare i muti - Mc 7, 31-37


In quel tempo, di ritorno dalla regione di Tiro, passò per Sidone, dirigendosi verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decàpoli. E gli condussero un sordomuto, pregandolo di imporgli la mano. E portandolo in disparte lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e disse: «Effatà» cioè: «Apriti!». E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente.
E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo raccomandava, più essi ne parlavano e, pieni di stupore, dicevano: «Ha fatto bene ogni cosa; fa udire i sordi e fa parlare i muti!».



Ieri il Vangelo ci ha presentato una donna siro-fenicia, pagana. I ‘segni’ che accompagnavano Gesù l'hanno ‘chiamata’; ella ha saputo di Gesù, ha ascoltato l'annuncio e questo ha provocato in lei la fede, la quale, come ci dice S. Paolo, viene dalla predicazione (Rom. 10,17). Si è sentita trafiggere il cuore, ed è corsa al Dio della Vita, pure se aveva avuto solo ‘briciole’ di annuncio, solo quello per sentito dire, perché era pagana. Ma il vedere Gesù l'ha resa audace, trasportata dall’amore per la figlia che l’ha condotta sino all'Amore più grande che si fa per noi oggi Pane di Vita. Molto cammino ha percorso questa madre, scendendo i gradini dell'umiltà, tra il disprezzo dei "figli" d'Israele e l’infermità della figlia, considerata da tutti immonda.


Oggi il Vangelo ci propone un altro ‘segno’. Marco ha come riferimento il profeta Isaia ove diceva che il Messia avrebbe fatto udire i sordi, parlare i muti e vedere i ciechi. Nel racconto di oggi siamo in piena terra della Decapoli, quindi terra pagana, lontana dal culto ebraico al tempo di Gesù, il quale si era spostato per sfuggire alle minacce di morte della sua gente.

Gesù guarisce il sordomuto. Egli è il prototipo dell’uomo pagano che non può ‘annunciare’ il vangelo perché non può ascoltarlo. Quindi Gesù utilizza questo mezzo, questo segno, per giungere agli ‘ascoltatori’. E’ chiaro che in Marco non si tratta mai di racconto storico, ma ‘teologico’ diremmo: l’uomo guarito, capace di ascoltare e parlare.

La prima voce che il ‘sordomuto’ ha potuto ascoltare è stata quella di Gesù. "Effatà", "Apriti", una parola creatrice, la Parola di Dio.

“Gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua”. Al tempo si pensava che la saliva avesse qualcosa di terapeutico, fosse medicamentosa - (non c’erano altre cose a cui pensare) - e poi gli ‘tocca’ la lingua. E ci risiamo: Gesù che ‘tocca’ una persona considerata impura e si ‘sporca’ di impurità legale.

Ormai Marco il discorso l’ha fatto entrare anche nei nostri orecchi: Gesù tocca e risana, dà la possibilità di ascoltare e annunciare.

Come possiamo attualizzare per noi questo messaggio? – pregandolo di imporgli la mano” Anche noi possiamo stendere le mani al nostro fratello in atteggiamento di accoglienza e di misericordia, possiamo decodificare i suoi bisogni perché possa uscire fuori dai suoi ‘impantanamenti’ in cui tutti talvolta incorriamo.

Se ascoltiamo con amore parleremo con amore; se si ascolta Cristo si parlerà come Cristo; se ci accorgeremo dell’altro, ci accorgeremo di Cristo e daremo Lui a piene mani.


Cari saluti. Sr. Ivana

I cagnolini sotto la tavola mangiano le briciole dei figli (Mc 7,24-30)





Dal Vangelo secondo Marco (Mc 7,24-30)I cagnolini sotto la tavola mangiano le briciole dei figli

In quel tempo, Gesù andò nella regione di Tiro. Entrato in una casa, non voleva che alcuno lo sapesse, ma non poté restare nascosto.
Una donna, la cui figlioletta era posseduta da uno spirito impuro, appena seppe di lui, andò e si gettò ai suoi piedi. Questa donna era di lingua greca e di origine siro-fenicia.
Ella lo supplicava di scacciare il demonio da sua figlia. Ed egli le rispondeva: «Lascia prima che si sazino i figli, perché non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». Ma lei gli replicò: «Signore, anche i cagnolini sotto la tavola mangiano le briciole dei figli». Allora le disse: «Per questa tua parola, va’: il demonio è uscito da tua figlia».
Tornata a casa sua, trovò la bambina coricata sul letto e il demonio se n’era andato.

Parola del Signore

E’ una donna che da pagana si fa credente, il contrario della prima lettura che ci presenta Salomone che da credente segue poi gli idoli pagani, la dea Astarte ecc. dei della natura e della fecondità naturale molto più tangibili del Dio di Abramo. Sono gli errori della vita che succedono quando si sbaglia il bersaglio, a chi affidare il proprio cuore. Succede così quando si perde di vista il Dio della vita.

Questa donna era di lingua greca e di origine siro-fenicia. Ai confini del Libano attuale. Siamo in una località pagana ed è proprio qui che Gesù troverà accoglienza. Marco ci dice come Dio si fa presente nella fede di una donna che ha sentito unicamente parlare del Signore. E libera la figlia che è legata da uno spirito impuro, da una forza che non viene da Dio, e che le toglie la possibilità di vivere pienamente la sua vita, una malattia o che altro possa essere stato.

Gesù risponde alla donna che lo implora secondo il linguaggio ebraico: i pagani erano chiamati ‘cani’, si intendeva con questo termine la gente fuori della cerchia di Israele. Gesù lo utilizza non per umiliare la donna, anzi qui è Marco che mette in bocca a Gesù questo modo di esprimersi per far capire che quelli che erano ritenuti ‘i pagani’ sono in realtà quelli che si accorgono della presenza efficace di Gesù Signore.

‘Briciole’ come a dire: “Anche se non conosciamo il Dio di Mosè, conosciamo il Tuo modo di agire, l’agire di Dio, il Dio della vita che rinnova le cose.

Chiedo questa capacità di rinnovarmi, di non assuefarmi nelle cose religiose che possono fissarmi in atteggiamenti sbagliati, a seguire un ‘dio’ comodo e facile, ma di accogliere in pienezza le cose che Dio ci vuole donare, cioè la forza, l’energia che proviene da Lui, fonte di Vita, anche quando conduce per sentieri impervi.
Cari saluti - Sr. Ivana